Chi erano i Vanchetoni? La storia dell’Oratorio di Firenze che accolse gli esuli della Venezia Giulia.
Un antico oratorio nel cuore di Firenze. Una confraternita nata per aiutare i più deboli. Decine di famiglie costrette ad abbandonare la propria terra. La storia dei Vanchetoni e dei profughi giuliano-dalmati è una delle pagine meno conosciute del dopoguerra italiano, ma racconta con straordinaria forza il significato della solidarietà e della memoria.
Un luogo che tutti vedono, ma che pochi conoscono
Passeggiando lungo via Palazzuolo, a pochi passi dalla stazione di Santa Maria Novella, è facile passare davanti a una sobria facciata seicentesca senza immaginare ciò che custodisce.
È l’Oratorio di San Francesco dei Vanchetoni, uno dei luoghi più ricchi di storia della Firenze barocca.
Oggi è conosciuto soprattutto per il suo straordinario patrimonio artistico: affreschi, arredi lignei e opere che testimoniano la vitalità religiosa e culturale della Firenze medicea. Ma quelle mura hanno assistito anche a una vicenda profondamente umana, rimasta a lungo dimenticata.
Tra il marzo 1947 e il marzo 1948, infatti, l’Oratorio cessò temporaneamente di essere soltanto un luogo di culto e divenne una casa improvvisata per decine di famiglie provenienti dalla Venezia Giulia.
Chi erano i Vanchetoni?
Il nome incuriosisce ancora oggi molti visitatori.
“Vanchetoni” deriva dall’espressione del dialetto fiorentino “van chetoni”, cioè vanno silenziosi.
Era il soprannome attribuito ai confratelli della Congregazione di San Francesco per l’insegnamento della Dottrina Cristiana, fondata agli inizi del Seicento dal Beato Ippolito Galantini.
Durante le processioni i confratelli procedevano raccolti e in silenzio. Da questa caratteristica nacque il nome con cui ancora oggi vengono ricordati.
La Congregazione aveva finalità molto concrete:
- insegnare gratuitamente il catechismo;
- assistere poveri e bisognosi;
- educare bambini e giovani;
- svolgere opere di carità.
Per oltre quattro secoli la solidarietà è rimasta uno dei principi fondamentali della loro attività.
Nessuno avrebbe però immaginato che proprio quella vocazione sarebbe stata messa alla prova nel difficile dopoguerra.
Il 1947: quando migliaia di italiani dovettero lasciare la propria terra
La Seconda guerra mondiale aveva lasciato un’Europa devastata.
Con il Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947, gran parte della Venezia Giulia passò alla Jugoslavia di Tito.
Per centinaia di migliaia di italiani iniziò una scelta dolorosa: rimanere oppure abbandonare tutto.
Tra il 1943 e gli anni Cinquanta circa 350.000 italiani lasciarono l’Istria, Fiume e la Dalmazia in quello che la storiografia definisce Esodo giuliano-dalmata.
Molti partirono dal porto di Pola.
Le fotografie dell’epoca mostrano uomini, donne e bambini con poche valigie in mano mentre salgono sul piroscafo Toscana, una delle navi che trasportò migliaia di esuli verso l’Italia.
Non era un viaggio come gli altri.
Era un addio.
Firenze davanti all’emergenza
Anche Firenze fu chiamata ad affrontare l’arrivo di numerosi profughi.
La città, però, usciva anch’essa profondamente provata dalla guerra.
Case distrutte.
Risorse limitate.
Gravi problemi abitativi.
Fu in questo contesto che il Cardinale Elia Dalla Costa, insieme al futuro sindaco Giorgio La Pira, cercò luoghi dove poter ospitare temporaneamente gli esuli.
La richiesta arrivò anche alla Congregazione dei Vanchetoni.
La risposta fu positiva.
Pur consapevoli che il loro Oratorio non fosse assolutamente adatto ad accogliere famiglie, i confratelli decisero di aprire le porte.
L’accordo prevedeva l’ospitalità di circa trenta persone per poche settimane.
La realtà fu molto diversa.
Quando un oratorio diventò una casa
I profughi aumentarono rapidamente.
Le settimane diventarono mesi.
Alla fine la permanenza durò quasi un anno.
All’interno dell’Oratorio vennero sistemati letti, armadi improvvisati e separazioni di fortuna.
Le fotografie pubblicate dalla stampa dell’epoca mostrano una situazione sorprendente: file di letti collocati lungo la navata, armadi accostati alle pareti, lenzuola stese tra gli affreschi seicenteschi.
L’edificio era nato per la preghiera.
Divenne invece una casa.
Una casa difficile.
La quotidianità tra dignità e sacrifici
Le testimonianze raccolte da Susanna Bino restituiscono uno spaccato di vita straordinariamente intenso.
Gli spazi erano limitati.
La privacy praticamente inesistente.
Le famiglie cercavano comunque di ricostruire una normalità.
Si cucinava con mezzi di fortuna.
I bambini studiavano.
Gli adulti cercavano lavoro.
Ogni giorno diventava un esercizio di adattamento.
Tra i ricordi più toccanti emerge quello del padre dell’autrice, allora ragazzo, che descrive una convivenza fatta di sacrifici ma anche di profonda riconoscenza verso la Congregazione, che accolse quei profughi con autentico spirito cristiano.
Anche i Vanchetoni pagarono un prezzo
L’accoglienza comportò inevitabili conseguenze.
Le attività religiose subirono limitazioni.
Gli ambienti dell’Oratorio, ricchi di opere d’arte, vennero utilizzati in modo del tutto improprio rispetto alla loro destinazione originaria.
La stessa Congregazione visse mesi estremamente difficili.
Eppure nessuno mise in discussione il principio fondamentale che aveva guidato quella scelta:
prima delle opere d’arte venivano le persone.
La stampa racconta l’emergenza
Nel marzo del 1948 anche i giornali fiorentini si interessarono alla vicenda.
Uno degli articoli più significativi, pubblicato da Il Nuovo Corriere, raccontava il trasferimento di circa settanta profughi verso una nuova sistemazione in via della Pergola.
Il titolo era semplice ma eloquente:
“Una casa per settanta profughi”.
L’articolo descriveva le condizioni difficili in cui quelle famiglie avevano vissuto per mesi all’interno dell’Oratorio, ma metteva anche in evidenza l’impegno della Congregazione e delle istituzioni cittadine.
Era il segno che quella vicenda non riguardava soltanto gli esuli.
Era diventata parte della storia di Firenze.
Una pagina rimasta troppo a lungo nell’ombra
Per decenni questa storia è stata quasi dimenticata.
Ne parlavano poco gli stessi protagonisti.
Pochi documenti erano stati studiati.
La memoria rischiava di andare perduta.
Solo recentemente una paziente ricerca archivistica ha permesso di ricostruire gli eventi attraverso lettere, documenti amministrativi, articoli di giornale e testimonianze dirette.
Ne emerge un racconto equilibrato, lontano da ogni retorica, che restituisce dignità sia agli esuli sia alla Congregazione dei Vanchetoni.
Un libro che restituisce memoria
Il volume “Profughi dalla Venezia Giulia a Firenze: la vicenda dei Vanchetoni (1947-1948)”, di Susanna Bino, pubblicato da ASKA Edizioni, rappresenta la prima ricostruzione organica di questa vicenda.
Attraverso un rigoroso lavoro di ricerca negli archivi della Congregazione, nella stampa dell’epoca e nelle testimonianze familiari, il libro riporta alla luce un capitolo poco conosciuto della storia italiana.
Non racconta soltanto l’esodo giuliano-dalmata.
Racconta il valore della solidarietà.
Racconta una Firenze capace di aprire le proprie porte nel momento del bisogno.
Racconta uomini e donne che, pur avendo perso quasi tutto, conservarono la dignità e la speranza.
Ed è forse proprio questa la lezione più importante che i Vanchetoni continuano a trasmetterci ancora oggi.
